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Cesare Viel, Diario, 2004



CESARE VIEL – DIARIO CONTEMPORANEO

Nel flusso continuo d’immagini e di notizie che i mezzi di comunicazione ci scaricano addosso istante dopo istante è ancora possibile preservare la propria soggettività? A formulare questo interrogativo non è, come si potrebbe presumere, un sociologo ma un artista, Cesare Viel. Né la sede è quella, tipica, del saggio, greve di pagine e di argomentazioni, ma una sequenza leggera di fogli che sino al 10 aprile la Galleria Pinksummer espone a Genova nella sala di Via Lomellini 2, dove negli ultimi anni ha presentato i lavori di un folto numero di giovani protagonisti della scena internazionale. Coinvolto sin dai suoi esordi, che si collocano all’inizio del decennio scorso, nella tematica del rapporto di complementarità e, nel contempo, d’insopprimibile differenza che corre fra i linguaggi visivo e verbale, Viel – dopo aver trascritto su pagine colorate, in “Viaggiatori/Viaggiatrici” (1994), frammenti di frasi carpite a sconosciuti durante una trasferta in Germania e trasformato in performance, con “Operazione Bufera” (2003), la cronaca dell’irruzione delle guerrigliere cecene nel Teatro Dubrovka di Mosca - propone oggi una sorta di “Diario contemporaneo” fatto d’immagini d’attualità, talvolta drammatiche, sempre comunque inquietanti, raccolte dai media.
Gli avvenimenti richiamati – dalla costruzione del muro fra insediamenti israeliani e palestinesi in Cisgiordania alle misteriose manomissioni delle bottiglie d’acqua minerale verificatesi la scorsa estate – vengono accolti nel vissuto dell’artista attraverso un processo di traduzione grafica, grazie ad un segno sintetico, una scrittura che aderisce al suo oggetto contornandolo e facendosi perciò rappresentazione.
La coerenza formale di questa iconografia non addomestica però gli aspetti problematici delle realtà evocate: li connette semmai in una trama comune, inserendone la specificità all’interno d’un orizzonte complesso; li interroga attraverso didascalie che talvolta mimano il tono apparentemente descrittivo (ma portatore in realtà d’interpretazioni vincolanti) solitamente utilizzato dalla stampa ed in altri casi, attraverso citazioni di Virginia Woolf o Paul Auster, ne mettono in questione il significato, indirizzandolo verso un registro emotivo. La dialettica fra scrittura e immagine fa così scaturire in questo ciclo di lavori, come Viel stesso annota, “uno sguardo plurale, personale e complesso, anonimo e individuato al contempo”, espressione di “una soggettività, intesa non in termini strettamente autobiografici, che tiene conto della sua posizione e delle condizioni della sua esistenza”.

s.r. (2004)





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