Hozro: materiali sulle arti visive a Genova







ANTOLOGICA DI ANTONIO PORCELLI A VILLA CROCE

Ancora prossimi nel tempo, gli anni '80, con la loro propensione per l'effimero e il ludico, sembrano appartenere ad un'epoca remota. Gli scenari di guerra ed il ferreo contesto della globalizzazione economica che caratterizzano la fase di trapasso al nuovo millennio hanno radicalmente mutato prospettive ed atmosfere, riducendo la vivacità dello scorso decennio ad una sorta di edonismo irresponsabile, ad un minuetto danzato alla vigilia di una catastrofe annunciata.
In termini meno drammatici ma pur sempre inquietanti questa contrapposizione si è riproposta negli svolgimenti dell'arte, dove dal manierismo della Transavanguardia patrocinata da Achille Bonito Oliva, che ricomponeva in una mescolanza edulcorata le provocazioni stilistiche dei movimenti del primo '900, e dall'oltranzismo decorativo del design di Sottsass e Mendini si è passati alla temperie distaccata dell'Inespressionismo bandito da Germano Celant e quindi alle aggressive trasformazioni corporali, tra performance e chirurgia plastica, documentate in Post Human, una rassegna allestita da Jeffrey Deitch nel 1992.
Una tempestiva e, sotto più d'un aspetto, esemplare incarnazione di questa svolta si rinviene nel percorso di Antonio Porcelli (1949-1995), una delle figure di spicco della scena artistica genovese (ed italiana) dell'ultimo ventennio, cui il Museo di Villa Croce dedica una vasta antologica curata da Sandra Solimano con il contributo critico di Enzo Cirone. Se la cifra sostanziale dell'artista rimane, lungo l'intero arco del suo operare, quella della cosmesi (elaborata a partire da suggestioni pop rintracciabili soprattutto nelle acuminate forme stellari che compaiono nei cartoons ripresi da Lichtenstein e nella sovrapposizione di bande cromatiche sfalsate utilizzata da Andy Warhol nei suoi ritratti), l'atteggiarsi di questa muta sensibilmente nel tempo, in sintonia con l'emergere di nuove tensioni.
Così dalle vivide scie zigzaganti in brillantina di vetro, dalle deflagrazioni punteggiate di blu, di rossi, di verdi, tracciate su tele e altre superfici di chiara connotazione oggettuale (finestre, portiere d'auto, specchiere) che avevano caratterizzato il momento della prima affermazione (1984-1985) propiziandone l'accesso al circuito espositivo nazionale nel filone del Nuovo Futurismo, insieme ad altri genovesi come Pavone e Crosa, Porcelli passa, a partire dal 1986, a pratiche sempre più coinvolgenti di body painting. In quest'ambito l'artista persegue una sottile messa in questione della pittura, stesa e come attivata sui mobili supporti costituiti dai corpi di modelli-performers le cui evoluzioni vengono poi trascritte e rielaborate attraverso il video, ma al tempo stesso posta fra parentesi dal rilievo attribuito agli aspetti scenici ed al montaggio.
Gradualmente, attorno al 1990, la pittura prende però a ritrarsi anche dal corpo, consegnato ad immagini ridotte alla gamma dei grigi, a pellicole evanescenti, a inquadrature d'assoluta fissità. Sino al simbolico distacco enunciato nell'ultima performance (Il corpo di Edoardo, allestita a Verona nel 1994) dove l'artista ricopriva il modello, disteso su un lenzuolo, di bende ingessate facendone un calco sul quale stendeva poi il colore e che al termine dell'azione rimaneva vuoto davanti all'obiettivo della telecamera. "Ultimo colorato travestimento del nulla che l'artista consegna al mondo" scrive Sandra Solimano di quest'involucro abbandonato. In cui, però, si può scorgere anche l'emblema di una forma che ricerca la propria durata nel senso, al di là del tempo presente e dell'immediatezza fisica.

s.r. (aprile 1999)





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