Hozro: materiali sulle arti visive a Genova







Joan Mirò, Uccello su un ramo, 1981-1982



MIRO', L'ARMONIA DEL FANTASTICO

"Per me ogni oggetto è vivo". Così, con espressione fulminea, Joan Mirò rivelava in una dichiarazione raccolta da Yvon Taillandier, il senso profondo della sua relazione con le cose, il suo desiderio di partecipare alla loro "vita segreta", che avvertiva non meno ricca di quella umana. E, in qualche modo, la sua scultura - cui l'Accademia Ligustica, in collaborazione con la Fundaciò Mirò di Barcellona, dedica un'ampia rassegna - rappresenta il tentativo dell'artista di andare oltre la parvenza immobile degli oggetti per recuperarne l'identità profonda.
In coerenza con la propria affermazione secondo cui "l'arte può morire, quel che conta è che abbia sparso semi sulla terra", Mirò ha cercato - nel suo lungo percorso, che lo ha portato a contatto, fra l'altro, con le avanguardie dadaiste e surrealiste - non soltanto di elaborare quel personale vocabolario di segni grazie al quale ha raggiunto una notorietà senza paragoni ma di coltivare, "come un giardiniere o un vignaiolo", forme "feconde", capaci "di rivelare un mondo, qualcosa di vivente". Appropriatamente, quindi, il critico catalano Baltasar Porcel, nel saggio che introduce la mostra, attribuisce alle sculture esposte, che appartengono ad un versante meno conosciuto rispetto alle opere monumentali realizzate dall'autore, la natura di "elementi vivi ed embrionali, che hanno arrestato il loro processo appena s'intravedeva una sagoma, un fantasma, una vibrazione fatta materia di umanizzata essenza".
Anche in questa ricerca, che la consistenza del metallo e la rinuncia al colore distanziano dalla assoluta leggerezza, dal tratto ascendente e dalla magia stellare della pittura, emergono però lo scatto fantastico e la disposizione metamorfica che caratterizzano, nell'insieme, il lavoro dell'artista.
Li ritroviamo sia nelle costruzioni biomorfe, che dissimulano la dimensione oggettuale, come "Donna" (1966), realizzata gettando in bronzo una sorta di borraccia sormontata da un sasso scalfito in verticale, sia nei lavori ove l'assemblaggio di oggetti d'uso quotidiano viene praticato secondo modalità più marcate e dirette, come accade ne "L'orologio del vento", la cui lancetta consiste in un cucchiaio, infisso diagonalmente in un quadrante costituito da una scatola e da uno staccio
Nella sequenza dei "Personaggi" (1968) riconosciamo agevolmente, incisi o agglomerati in superficie, gli stessi tratti lineari corsivi e i profili degli occhi che ricorrono nelle prove pittoriche; riscopriamo negli accostamenti grotteschi di scodelle e barattoli, di tronchi e rastrelli, quell'esorcismo di cui Ionesco parlava in un brano composto in omaggio a Mirò, grazie al quale i "mostri che portiamo in noi", sono liberati dei loro aspetti paurosi e restituiti ad una condizione fondamentalmente ilare e serena.
E sovente, in particolar modo in opere quali "Donna in un cimitero" o "Uccello su un ramo" (1981-1983), compiute dall'artista nell'ultimo scorcio di vita, si avverte come la percezione della vita nelle cose, cui già s'è accennato, sia lentamente maturata sino ad acquisire "un carattere sacro, vicino a quello d'una civiltà antica", sino a toccare una corda puramente mitologica.

s.r. (luglio 2001)





HOME PAGE

ARCHIVIO ARTISTI

MOSTRE A GENOVA