Hozro: materiali sulle arti visive a Genova







VITTORIA GUALCO: DISAPPARENZA

"Nel mondo vero dei sogni, dove il volo è movimento unito e regolare, la farfalla è un accidente derisorio: non vola; svolazza. Le sue ali troppo belle, le sue ali troppo grandi le impediscono di volare". La condanna pronunciata da Bachelard nella sua "poètique des ailes" ha un tratto definitivo. Eppure, soltanto un anno dopo (Bachelard scrive nel 1943), Breton nel dedicare ad Elisa "Arcane 17" disegna con la sua scrittura corsiva, su un fondo costellato d'oro, sotto il profilo d'un "bel oiseau de Bonaventure", una forma che direttamente richiama l'ala della farfalla, quell'"ala che è, in tutte le lingue, la prima grande lettera della parola Resurrezione".
Marginale, in apparenza, nell'iconografia del tarocco, confinata tra il cielo stellato e la figura femminile che versa acqua nello stagno, la farfalla "parla, a sua volta dice il consolante mistero delle generazioni che si susseguono", si fa "garante di tutti gli scambi grazie ai quali nulla di prezioso pu perdersi interiormente e, attraverso oscure metamorfosi, di stagione in stagione riprende i suoi colori sempre più sgargianti".
Se l'idea di trasmutazione e, insieme, l'intento di "riprendere la linea punteggiata e sinuosa che guida il volo" in una dimensione di gioco è al centro delle prime installazioni di Vittoria Gualco, in cui teorie di farfalle formavano una sorta di trama direzionale concentrata verso un'immagine-guida, scelta per la sua pregnanza (una Melusina dormiente; un'immagine maschile sospesa su una garza fluttuante), ad evitare il rischio della "reverie amusée" stigmatizzata da Bachelard, è il sacrificio del colore in favore di una trasparenza che ha, essa pure, una valenza bretoniana (come non rammentare i "Grands Transparents" evocati nei "Prolégomènes pour un troisième Manifeste du surréalisme ou non"?) ma, soprattutto, un riflesso duchampiano nella negazione del sembiante retinico dell'oggetto, soppiantato dal suo modello archetipico, dal suo schema essenziale.
Un processo di riduzione che sembra sfociare, secondo la formula coniata da Hugo, in "un'apparence corrige par une transparence" o - se si vuole - dar luogo a quella che Raymond Bayer definiva (1933) come "grace de disparition". Dematerializzazione, levitazione, tendenza a privilegiare superficie e contorni, libertà ludica, affiorano infatti ripetutamente nei lavori di Vittoria Gualco: tanto nelle "costellazioni" in cui la luce, sia pure velata, assume un ruolo essenziale, quanto nei cartoni ossessivamente perforati a colpi di spillo seguendo le ombre marcate da strutture in fil di ferro sulle pareti o nell'uso, frequente nelle installazioni, di elementi sospesi. Si radicalizzano, infine, negli ambienti realizzati al termine dello scorso anno, ove al minimo dispiegamento di componenti scenografiche fa riscontro la funzione dominante attribuita ad un fotogramma proiettato, la cui presenza fittizia si dà, nel contempo, come pervasiva ed effimera.
Nel primo allestimento, l'immagine - rilevata da una lampada liberty - d'un corpo femminile accostato ad un pavone viene proiettata su un telo disteso sopra una scala posta al centro dello spazio e sulla parete di fondo, creando attraverso un'impercettibile sfalsatura nella messa a fuoco e la varietà dei supporti due versioni contrastanti del medesimo soggetto: l'una più prossima e sensuale, l'altra più remota ed algida.
però nella seconda installazione che viene indagata ancor più approfonditamente la natura di questa corporeità straniata dalla riproduzione meccanica, in bilico fra senso di privazione e la felicità dello svuotamento. Nell'inquadratura di Loie Fuller volteggiante in una veste che l'assimila (ancora) ad una farfalla, restituita - con inclinazioni diverse - da quattro pannelli neri e riflessa di sbieco su altri appesi alla parete accanto, la concitazione immobilizzata del gesto designa uno stato di sospensione temporale: forse quello stesso intervallo, minimo o protratto che sia, cui allude Michel Serres trattando dell'esperienza iniziatica come sequenza in crescendo, ove "la perdita è totale nel momento più vicino all'epifania, alla pienezza riconquistata. NIENTE, UN ISTANTE, TUTTO".

s.r. (1993)





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