Hozro: materiali sulle arti visive a Genova







EROS E VENERE ALLO SPECCHIO

È da una copia della "Venere allo specchio di Velasquez eseg¬uita fra l'8• e l'8¸ che Anna Ramenghi ha preso le mosse per la mostra in corso allo Studio Leonardi che si configura come un gioco ininterrotto di rispecchiamenti, una messa in scena di simulacri che svelano la contiguità di presenza e assenza, di particolari assoggettati ad inattese deformazioni fantastiche.
Articolando la propria operazione sulle valenze metaforiche del riflesso speculare, la pittrice ha allestito una teoria di stanze ove aleggia la presenza di Eros, evocato non solo nella ripetuta citazione iconografica ma - come afferma Giorgio Di Genova nel testo introduttivo all'esposizione - "nell'investimento che l'io creativo attua nella sua opera, ripetuta sfida a Thanatos".

s.r. (1990)

 

ROBERTO AGUS

C'è chi sostiene non abbia alcuna importanza che Roberto Agus sia nato come musicista punk, che vesta in un certo modo (assai singolare), che frequenti certi locali a preferenza di altri. Che conta unicamente come sa stendere il colore (il nero, in specie) sulla tela, comporre le figure o quanto abbia saputo evolvere dall'inizio - ancora recente - della carriera.
Io non mi trovo d'accordo. O meglio non m'interessa stabilire se, sotto questi riguardi, Agus meriti un sette o magari la lode. Ritengo sia più importante - per comprenderne il lavoro - cogliere il rapporto d'osmosi che l'unisce all' "epoca" (di cui carpisce le suggestioni) ed all'ambiente. Rendersi conto di come, in effetti, aderisca alla sua opera.
Di come vi si aggiri, sotto le spoglie di "Plasmodio", di "pudico trovatello", di mosca importuna che aleggia ovunque, indossando le deformazioni dei suoi personaggi come acconciature, in giardini panneggiati di carciofo, disseminati di missili.
E' questo a consentirgli d'isolare situazioni maliziose e straniate, capaci sempre di "catturare" l'attenzione. Certo, una così totale immersione nei vapori della contemporaneità rappresenta anche un rischio, un limite. Come negarlo? Talvolta però l'indifferenza ai problemi (virtù che Agus coltiva disinvoltamente) è anche un buon modo di aggirarli. E perché preoccuparsene, d'altronde, sinché le immagini ci avvincono o ci inquietano?

s.r. (1985)

 

AGUS TRA IL PUNK E KLIMT

La pittura di Roberto Agus è emersa, nel primo scorcio degli anni '80, dal magma del punk (in un ambito di contiguità fra espressione sonora e visiva contrassegnato da una mobilità estrema nel fagocitare inquietudini metropolitane ed immagini filmiche) già definita nei suoi tratti essenziali: un disegno acuto e sottilmente ironico che, se da un lato rimanda alle contemporanee esperienze di illustrazione fumettistica, assorbe per altro verso la raffinatezza di certe soluzioni beardsleyane; un colore steso in campiture piatte e giocato in contrasti a un tempo irreali e stridenti; un universo fantastico ove, senza forzature drammatiche, in un contesto di rimarcata indifferenza, vengono introdotti simulacri e temi ossessivi, esemplificati dalla flora aggressiva e debordante, così come dalla perturbante presenza di insetti o dalla crudele inespressività delle figure infantili.
L'evoluzione successiva della sua opera può essere letta come una prosecuzione del vagabondaggio - fertile e dispersivo, apparentemente casuale ma praticato in realtà, secondo un criterio di affinità elettiva - nella sfera dell'immaginario, che lo conduce (attorno al 1985) ad una originale rivisitazione di motivi attinti dalle Secessioni mitteleuropee e, in specie, dalla lezione klimtiana, (di cui gli risulta congeniale la soppressione della profondità della rappresentazione visiva nonché la propensione decorativa) e quindi ad elaborare una sorta di ciclo, tuttora non esaurito, di lavori sul tema luttuoso dell' "albero della vita" (in realtà piante che fruttificano teschi) nel quale si riscontra una aderenza profonda alle atmosfere del decadentismo nordico.

s.r. (1987)







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